La demenza nella terza età è prevenibile

La commissione medica Lancet ha evidenziato i comportamenti da adottare per ridurre il rischio della demenza in età avanzata.

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La demenza causa perdita della memoria, difficoltà di espressione, isolamento, cambiamenti di umore, agitazione, paranoie

In un articolo pubblicato il luglio scorso su Lancet, una commissione di psichiatri e ricercatori ha fatto il punto sulla demenza per delinearne i fattori di rischio e i metodi più efficaci per prevenirla e trattarla.

La demenza colpisce nel mondo quasi 50 milioni di persone (47 milioni stimati nel 2015), un numero in continua crescita che gli esperti calcolano triplicherà per il 2050 se non si interviene con misure preventive. L’aumento dei casi è legato all’aumento della longevità, perché la demenza può cominciare a manifestarsi a partire dai 65 anni.

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Nel 2015 almeno 47 milioni di persone nel mondo erano affette da demenza, un dato destinato ad aumentare se non si adottano misure di prevenzione

Il punto chiave evidenziato dagli esperti è che la demenza può essere prevenuta, non è cioè una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento.

La prevenzione va fatta riducendo i fattori di rischio durante tutta la vita.

Che cos’è la demenza?

Esistono tipi diversi di demenza che derivano da cause fisiche diverse e hanno caratteristiche biologiche distinte. Le forme più comuni sono: il morbo di Alzheimer, la demenza vascolare, la demenza “a corpi di Lewy”, la demenza a caratteri misti (con aspetti tipici di forme diverse della malattia), la demenza associata a traumi cerebrali, infezioni, abuso di alcool.

I sintomi generali della malattia includono il declino cognitivo (perdita della memoria, difficoltà nel linguaggio, nella capacità critica e di pensiero), i cambiamenti di umore dalla depressione all’euforia, l’agitazione, le manifestazioni psicotiche come paranoie e deliri.

Il declino cognitivo lieve non è demenza.

Il declino cognitivo lieve che colpisce circa un quinto delle persone dopo i 65 anni non è demenza: pur diminuendo la prontezza di pensiero e reazione, non impedisce lo svolgersi normale delle attività quotidiane e semplicemente richiede maggiore sforzo.

Rappresenta però un fattore di rischio della demenza e va quindi trattato per evitare che peggiori.

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A sinistra un cervello normale; a destra un cervello affetto da Alzheimer: la corteccia cerebrale e l’ippocampo appaiono ridotti

I fattori di rischio della demenza

Il fattore di rischio principale, cioè l’età, non è ovviamente modificabile di per sé, ma la sua portata potrebbe probabilmente essere ridotta intervenendo su altri fattori. In altre parole, modificando altri fattori di rischio è probabile che si potrà posticipare l’età nella quale comincia a manifestarsi la demenza, portandola oltre i 65 anni.

I fattori genetici legati ad alcune forme di demenza non sono, per ora, modificabili.

I fattori di rischio modificabili e la prevenzione della demenza. La prevenzione comporta la riduzione dei fattori di rischio della malattia. Su quali fattori di rischio della demenza si può dunque agire per ridurne l’insorgenza?

Gli esperti hanno individuato 9 fattori di rischio che, se presenti, aumentano la possibilità di ammalarsi di demenza in età avanzata e che sono modificabili:

Fattori di rischio della demenza MODIFICABILI

SCARSA EDUCAZIONE IPERTENSIONE PERDITA UDITO
DEPRESSIONE OBESITÀ ISOLAMENTO SOCIALE

FUMO

DIABETE

SCARSO ESERCIZIO FISICO

Modificando questi fattori è possibile prevenire la demenza perché si aumenta la riserva cognitiva del cervello.

Prevenzione e riserva cognitiva

La riserva cognitiva del cervello rappresenta la capacità funzionale del cervello, cioè la sua capacità di attivare e regolare circuiti che sostengono i processi cognitivi: memoria, immaginazione, espressione del pensiero, calcolo e così via.

Quanto maggiore è la riserva cognitiva, tanto maggiori e diversificate sono le possibilità del cervello di percepire la realtà e reagire adeguatamente. In altre parole, un cervello con una grande riserva cognitiva sa utilizzare più circuiti nervosi e sa coordinarli meglio di un cervello con scarsa riserva cognitiva; tale cervello sa adattarsi meglio e sa gestire più facilmente situazioni diverse: è più resiliente.

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I neuroni cerebrali attivati (qui evidenziati in rosso) comunicano tra di loro tramite le sinapsi (punti di connessione tra neuroni). Immagine by aboutmodafinil.com

La riserva cognitiva è modificabile perché il cervello è plastico: le cellule che lo costituiscono (neuroni) possono formare nuove connessioni e stabilire così nuovi circuiti che regolano le nostre capacità cognitive.

La riserva cognitiva e i fattori di rischio della demenza

Aumentando la riserva cognitiva del cervello si riduce il rischio di demenza.

Perché?

Il cervello resiliente ha “più cartucce” a disposizione. In presenza di un danno che impedisca a un certo circuito cerebrale di funzionare, il cervello attiva circuiti alternativi e risolve il problema.

Come aumentare la riserva cognitiva? La commissione Lancet spiega che si può aumentare la riserva cognitiva adottando fin dall’infanzia uno stile di vita che limiti o riduca i 9 fattori di rischio della demenza indicati sopra.

Possibili interventi preventivi

Educazione: l’educazione scolastica, lo studio, la lettura aumentano la riserva cognitiva perché stimolano il pensiero critico e dunque la plasticità cerebrale. Educazione significa anche insegnare uno stile di vita salutare, che riguardi gli aspetti più diversi, dall’alimentazione all’attività fisica.

Ipertensione, obesità e diabete vanno controllati perché possono causare direttamente (ipertensione) o indirettamente (obesità e diabete) danni vascolari che possono compromettere la funzionalità cerebrale.

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Ridurre i rischi della demenza con una sana alimentazione, attività fisica, attività mentale e ricreativa, cura dell’udito

Perdita dell’udito: vari studi scientifici evidenziati dalla commissione Lancet hanno trovato che la perdita dell’udito a partire dalla mezza età è associata all’aumento del rischio di demenza. Le cause sono probabilmente molteplici: cambiamenti dell’attività cerebrale perché il cervello riceve meno stimoli uditivi, tendenza all’isolamento sociale e alla depressione che ne può derivare. Gli apparecchi acustici e interventi che favoriscano la vita sociale possono aiutare a mantenere e migliorare la riserva cognitiva.

L’esercizio fisico: diversi studi hanno osservato che l’esercizio fisico è inversamente correlato al rischio di demenza: più regolarmente si fa attività fisica durante il corso della vita, meno si rischia la demenza in età matura. Inoltre, gli anziani che fanno esercizio fisico hanno una maggiore probabilità di mantenere un livello cognitivo normale rispetto a chi non lo fa.

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Una forma di ginnastica dolce

L’importanza dell’esercizio fisico nella prevenzione della demenza

Una serie di studi scientifici ha rilevato che sono soprattutto l’esercizio aerobico (che migliora la capacità cardiorespiratoria) e quello di resistenza (teso ad aumentare la forza e la resistenza muscolare) che hanno effetti benefici sulle capacità cognitive: il primo soprattutto sulla memoria, il secondo sulla capacità di ragionamento. Anche il Tai Chi, una forma dolce di esercizio fisico centrato sull’armoniosità dei movimenti abbinati alla respirazione, migliora l’attenzione e la capacità di sintetizzare e valutare le percezioni.

Naturalmente, per trarne benefici, il programma di esercizio fisico deve essere adattato all’età, alle condizioni fisiche di partenza e alla presenza di eventuali malattie croniche e disturbi.

Ma come l’esercizio fisico riduce il rischio di demenza?

Oltre a tonificare i muscoli, favorire l’attività cardiocircolatoria e ridurre il rischio di obesità e diabete, l’attività fisica ha effetti diretti sul cervello. Infatti aumenta il flusso sanguigno al cervello, favorisce la produzione di molecole che sono protettivi per i neuroni e stimolano la neurogenesi, cioè la plasticità cerebrale.

L’esercizio fisico quindi promuove direttamente l’accrescimento della riserva cognitiva, rimodellando le connessioni tra i neuroni e aumentando le capacità funzionali del cervello.

Per esempio uno studio condotto per un anno in adulti sani tra i 55 e gli 80 anni, ha dimostrato che camminare per 40 minuti tre volte alla settimana aumenta le dimensioni dell’ippocampo (una struttura implicata nella memoria) e migliora la memoria.

È dunque dimostrato che l’esercizio fisico regolare è associato a migliori capacità cognitive e maggiore salute del cervello; i dati scientifici a disposizione non sono però ancora sufficienti per affermare che l’esercizio fisico protegga dalle malattie cerebrali (come per esempio l’Alzheimer, la demenza a corpi di Lewy ecc.) che causano la demenza. Studi tesi a chiarire questo punto sono in corso.

Le CONCLUSIONI della commissione Lancet

La demenza è in gran parte prevenibile.

Uno stile di vita sano adottato da bambini e mantenuto nel corso degli anni sviluppa la riserva cognitiva e rende il nostro cervello più capace di adattarsi e reagire per mantenere appieno le sue funzioni.

Oltre a evitare comportamenti dannosi per il fisico, come per esempio mangiare in modo sbilanciato (che favorisce ipertensione, obesità e diabete) e fumare, si raccomanda di svolgere attività e di assumere comportamenti che stimolino il cervello e la sua plasticità.

Tra queste attività, sono particolarmente importanti: l’educazione protratta oltre gli anni dell’infanzia, la cura dell’udito, la pratica regolare dell’esercizio fisico.

Referenza:

Dementia prevention, intervention, and care” G. Livingston et al., The Lancet (2017) http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736(17)31363-6

Stimolazione cerebrale profonda: una nuova tecnica non invasiva per curare disturbi nervosi e psichici

Una nuova tecnica permette di stimolare precise zone all’interno del cervello attraverso l’applicazione di correnti elettriche sulla superficie della testa, senza il bisogno di introdurre elettrodi nel cervello. Le sue potenziali applicazioni terapeutiche includono il trattamento di disturbi nervosi di tipo motorio come il morbo di Parkinson, e psichico, dalla depressione ai disturbi bipolari.

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Un neurone: l’assone (axon) trasmette l’impulso elettrico ad altre cellule; i dendriti ricevono impulsi da altri neuroni. Immagine modificata da Wikimedia Commons, Blausen.com staff.

Disturbi dell’attività elettrica del cervello sono alla base di vari disordini di tipo sia motorio sia affettivo. Tra i primi vi sono per esempio il morbo di Parkinson, la distonia (caratterizzata da contrazioni muscolari involontarie), i tremori; tra i disordini affettivi vi sono la depressione, i disturbi bipolari, i disordini ossessivo-compulsivi.

Questi disturbi sono in genere trattati con farmaci che modulano l’attività elettrica del cervello per mezzo di uno stimolo chimico (appunto la molecola del farmaco che agisce sulle cellule cerebrali); purtroppo, come sempre, i farmaci producono anche effetti secondari indesiderati e spesso pesanti.

La stimolazione elettrica transcranica

Recentemente è stata messa a punto una terapia che invece utilizza correnti elettriche per modulare l’attività elettrica di strutture profonde del cervello. Non si tratta naturalmente di rispolverare l’elettroshock con i suoi effetti devastanti (avete visto “Qualcuno volò sul nido del cuculo”?) ma di applicare correnti di intensità precisa a precise aree del cervello. In questo modo il trattamento è circoscritto alla struttura cerebrale colpita dalla malattia e gli effetti secondari sono molto ridotti, se non eliminati.

Fino a oggi questa terapia, chiamata stimolazione transcranica profonda, viene effettuata introducendo degli elettrodi nel cervello in prossimità della zona da trattare: evidentemente la tecnica è pericolosamente invasiva e per questo viene utilizzata solo nei casi più gravi che non rispondono alla terapia farmacologica.

La stimolazione magnetica transcranica

Una terapia simile, la stimolazione magnetica transcranica (TMS), somministra un impulso magnetico sulla testa, quindi all’esterno del cervello, che induce una corrente elettrica sulla superficie del cervello: in questo modo, però, si stimolano solo aree superficiali della corteccia cerebrale senza poter raggiungere strutture profonde.

L’applicazione di sequenze di impulsi magnetici, cioè la TMS ripetitiva (rTMS), può essere utilizzata nel trattamento della depressione resistente ad altre terapie.

La novità: stimolazione cerebrale profonda non invasiva

Ma la ricerca non si ferma e uno studio pubblicato questo mese su Cell (Grossman et al.) descrive una tecnica per modulare l’attività elettrica di strutture cerebrali profonde agendo dalla superficie del cranio, senza cioè il bisogno di inserire chirurgicamente gli elettrodi nel cervello. La tecnica è chiamata Temporal Interference stimulation.

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Interferenza di onde. Immagine: marklives.com

Come funziona?

Il metodo è basato sull’interferenza dei campi elettrici: due correnti di frequenza simile (cioè solo leggermente diversa) creano campi elettrici che, incontrandosi, si combinano generando un campo elettrico che oscilla a frequenza diversa rispetto a quella dei due campi originari e pari alla differenza di frequenza tra i due. Per esempio, se la frequenza dei due campi di partenza differisce di 10 Hz (come nello studio), il campo risultante oscillerà a 10 Hz.

In ogni punto, la frequenza del campo risultante dipende dalla posizione degli elettrodi e dalle correnti ad esse applicate e quindi può essere modulata a piacimento.

Grazie a questa proprietà, la nuova tecnica permette di scegliere opportunamente la posizione degli elettrodi sulla testa e la corrente da applicare ad essi in modo da ottenere la frequenza desiderata nella zona cerebrale che si vuole trattare.

La tecnica

La tecnica è stata messa a punto in laboratorio sui topi da un gruppo di ricercatori dell’Institute for Brain Research del MIT (Cambridge, USA). I ricercatori hanno posto due elettrodi sulla testa dell’animale (sulla pelle che riveste la superficie esterna del cranio e quindi all’esterno del cervello) ai quali hanno applicato due correnti leggermente diverse.

L’intensità delle correnti era tale da non stimolare l’attività elettrica del cervello nelle vicinanze degli elettrodi, ma da generare campi elettrici che interferendo tra loro, producevano un nuovo campo elettrico all’interno del cervello.

Questo campo elettrico risultante raggiungeva una frequenza capace di stimolare i neuroni cerebrali solo in una zona precisa del cervello: i neuroni di questa regione allora si “attivavano”, mentre quelli al di fuori non risentivano del campo elettrico e rimanevano in uno stato di “riposo”.

Gli esperimenti

Per esempio, regolando opportunamente le correnti elettriche di partenza, i ricercatori sono riusciti a stimolare zone precise della corteccia cerebrale motoria provocando in un caso il movimento di una zampa dell’animale, in un altro il movimento delle vibrisse.

Variando ulteriormente le correnti, i ricercatori sono riusciti a stimolare in modo specifico l’ippocampo, una struttura che si trova nelle profondità del cervello, senza attivare altre aree cerebrali più superficiali.

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L’ippocampo è una struttura situata all’interno del cervello che fa parte del sistema limbico; è implicato nella memoria. Immagine modificata da slideshare.net

Una rivoluzione terapeutica all’orizzonte

Questo studio amplia le potenzialità terapeutiche della stimolazione elettrica transcranica, prospettando la possibilità concreta di curare vari disturbi nervosi senza farmaci e senza interventi chirurgici invasivi.

Infatti è ora facile immaginare come, in un futuro non lontano, si potranno posizionare degli elettrodi direttamente sulla testa di un paziente, a contatto con la pelle, applicare ad essi correnti opportune e stimolare in modo specifico una o più zone del cervello normalizzandone l’attività elettrica, senza provocare quegli effetti secondari sgradevoli e spesso debilitanti che, invece, sono sempre associati ai farmaci.

Si potranno in questo modo trattare disturbi nervosi e psichici:

  • ridurre fino a eliminare contrazioni involontarie e tremori, alleviando così il Parkinson e altre malattie che provocano disfunzioni motorie;
  • stabilizzare l’attività di quelle strutture cerebrali che, alterate, provocano disturbi affettivi e del comportamento come, tra gli altri, la depressione, i disturbi bipolari e i disordini ossessivo compulsivi.
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Applicazione di elettrodi sulla superficie esterna della testa a contatto con il cuoio capelluto. Immagine modificata da Wikimedia Commons

Ora i prossimi passi dei ricercatori consisteranno in analisi per valutare la sicurezza di questa tecnica a breve e a lungo termine e in studi ulteriori per renderla applicabile all’uomo e affinarla in modo che diventi efficace e altamente precisa per il trattamento di ogni singolo caso.

Referenze:

“Noninvasive Deep Brain Stimulation via Temporally Interfering Electric Fields” N. Grossman et al., Cell 169, 1029-1041 (2017).

“Translational principles of deep brain stimulation” M. L. Kringelbach et al., Nature Rev Neuroscience 8, 623-635 (2007).

 

Quando la mente vaga

Sono stati individuati alcuni circuiti cerebrali che si attivano (o si disattivano) quando pensiamo in modo spontaneo, quando cioè la nostra mente vaga liberamente. Questi circuiti sono in funzione anche quando siamo impegnati a creare qualcosa, o quando sogniamo durante il sonno. Inoltre, sono alterati in chi soffre di certi disturbi come l’ansia, la depressione, il deficit di attenzione con iperattività e altri.

In futuro si spera di poter regolare l’attività di questi centri cerebrali attraverso onde elettromagnetiche per curare efficacemente e senza farmaci vari disturbi del comportamento e della psiche.

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foto by lausitzer-sterngucker.de

Siamo impegnati in un’attività e la nostra attenzione è tutta focalizzata su quello che stiamo facendo, quando ad un tratto ci scopriamo a pensare tutt’altro: la serata che ci aspetta, la vacanza che desideriamo, il libro che non vediamo l’ora di riprendere in mano… La mente sta vagando, sfuggita al compito a cui si stava dedicando.

Quando la mente vaga si crea nella nostra testa uno stato mentale distaccato dalla realtà del momento e intriso di sensazioni legate al contenuto dei nostri pensieri vagabondi: desiderio, convinzione, paura, nostalgia, meraviglia…

Questo stato è chiamato in inglese mind-wandering, appunto vagare con la mente.

Il mind-wandering è un esempio di pensiero spontaneo, insieme al sogno e all’attività creativa.

Il pensiero spontaneo è pensiero “libero”, cioè è caratterizzato da poche restrizioni che noi stessi possiamo imporgli per controllarlo: lo lasciamo manifestare e lo seguiamo nei suoi voli.

Costrizioni volontarie e costrizioni automatiche

Le costrizioni che noi imponiamo al pensiero (per valutare, criticare, riassumere, capire, eccetera) quando siamo impegnati in una qualsiasi attività che richiede attenzione possono essere automatiche o volontarie.

Per esempio: stiamo lavorando ma non possiamo fare a meno di controllare l’email ogni volta che sentiamo il bip che avvisa dell’arrivo di un messaggio: questa è una costrizione automatica.

Oppure: stiamo leggendo un fascicolo di istruzioni incredibilmente dettagliato e difficile da seguire, ma nonostante questo manteniamo la nostra concentrazione sul testo decisi a capirne il contenuto: questa è una costrizione volontaria.

Le costrizioni nei tre tipi di pensiero spontaneo

Il mind-wandering ha più costrizioni volontarie del sogno, ma ne ha meno del pensiero creativo. Le restrizioni automatiche sono a un livello basso per i tre tipi di pensiero spontaneo.

Quindi possiamo dire che il sogno è il più spontaneo dei pensieri liberi, seguito dal mind-wandering e quindi dal pensiero creativo.

Da notare che il pensiero creativo ha un certo livello di restrizioni volontarie perché è teso sì ad immaginare liberamente (cioè a inventare), ma anche a creare, scopo che richiede valutazione critica e decisionalità. Inoltre ha anche probabilmente più restrizioni automatiche del sogno, che derivano da sensazioni e intuizioni che sono spesso alla base del processo creativo.

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Ma in che modo la mente vaga?

Quale tipo di attività cerebrale sostiene i voli del pensiero?

Sono state individuate delle regioni del cervello la cui attività varia in modo significativo durante il mind-wandering. Queste regioni formano dei circuiti cerebrali localizzati perlopiù nella corteccia del cervello, che sono collegati tra loro e anche con alcuni centri sottocorticali, più profondi.

I circuiti del pensiero spontaneo

I principali circuiti coinvolti nel mind-wandering sono:

il Default Network (DN), comprendente il “core” (DNcore) che si attiva quando il pensiero è interiore, cioè non riguarda fatti esterni (e si disattiva quando siamo impegnati in attività che richiedono interazioni con l’ambiente esterno); e una porzione centrata attorno al lobo temporale e all’ippocampo (DNMTL) che sostiene la memoria e l’immaginazione di scenari ed eventi;

il Dorsal Attention Network (DAN) e il Ventral Attention Network (VAN) che si attivano quando la nostra attenzione è catturata dall’ambiente esterno e trasmettono l’informazione acquisita a centri motori per regolare i movimenti del nostro corpo;

un altro “salience” network, cioè un circuito che, come il DAN e il VAN, percepisce elementi particolarmente rilevanti e che è stimolato sia dall’ambiente esterno, sia da emozioni, percezioni e pensieri che appaiono salienti;

il circuito frontoparietale (FPCN) che sostiene pensieri critici rivolti sia al mondo interiore (per esempio valutazioni riguardanti una scelta importante), sia all’ambiente esterno.

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Immagine by houseofwhacks

Attività cerebrale nel mind-wandering

Quando la mente vaga è soprattutto il DN che risulta attivo. In altre parole, i centri del DN attivati sostengono i vagabondaggi liberi della mente.

In particolare, è il DNMTL che sembra molto attivo e ci propone idee e visioni spontanee basate in parte sulle varie memorie recuperate grazie dall’ippocampo.

Inoltre, i centri che ci distolgono dal pensiero libero richiamando la nostra attenzione su elementi particolari interiori o esteriori (DAN, VAN, salience network, FPCN) sono invece silenti.

E quando sogniamo?

Alcune analisi effettuate in persone addormentate durante la fase REM del sonno (quella durante la quale si sogna di più) mostrano un tipo di attivazione cerebrale simile a quella del mind-wandering, con notevole attività del DNMTL, e disattivazione del FPCN, mentre il DNcore sembra restare invariato rispetto allo stato di veglia.

Nonostante la similitudine, probabilmente i livelli di attivazione dei vari circuiti e le loro interazioni sono sottilmente modulati e quindi diversi nel mind-wandering e nel sogno. In questo modo nel sogno le costrizioni volontarie sono ridotte al minimo e quelle automatiche sono mantenute basse.

E che ne è dell’attività cerebrale durante il processo creativo?

Come ha dimostrato uno studio che ha esaminato l’attività del cervello di alcuni artisti impegnati a disegnare, in questo caso l’attività dei circuiti che sostengono il pensiero spontaneo fluttua durante la creazione artistica, alternando momenti in cui il DNMTL è fortemente attivato e il DNcore e l’FPCN lo sono poco, a momenti in cui prevale l’attivazione di DNcore e FPCN mentre il DNMTL è “spento”. Questa alternanza permette all’artista di passare dalla “visione” creativa che suggerisce l’idea originale, alla sua valutazione critica e realizzazione pratica.

Analisi dei circuiti del pensiero spontaneo nella diagnosi clinica

Conoscere come varia l’attività cerebrale durante il pensiero spontaneo ha importanti implicazioni mediche. Il pensiero spontaneo infatti è alterato in vari disturbi che comprendono l’ansia, l’iperattività, la depressione, la schizofrenia.

Allora un eccesso di pensieri spontanei (cioè l’inibizione dei circuiti che inducono le costrizioni volontarie e automatiche e l’iperattività di quelli che sostengono il pensiero spontaneo) contribuisce all’irrequietezza mentale e all’incapacità di mantenere l’attenzione; invece, un eccesso di costrizioni volontarie e automatiche fissa il pensiero rendendolo ripetitivo e “ossessivo”, come si osserva nella ruminazione, tipica per esempio dell’ansia e della depressione.

L’analisi dell’attività di questi circuiti cerebrali può quindi essere utile per la diagnosi di vari disturbi del comportamento.

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Curare i disturbi del comportamento e della psiche modulando i circuiti del pensiero spontaneo

Ma non solo. In futuro si potranno utilizzare queste conoscenze a scopo terapeutico: si potrà cioè variare l’attività di specifici circuiti cerebrali per interrompere i pensieri ossessivi (e curare ansia, depressione e vari disturbi psichici caratterizzati dalla ruminazione) o, al contrario per stabilizzare il pensiero e aumentare la capacità di attenzione e di valutazione critica (e curare il deficit d’attenzione con iperattività e i comportamenti caratterizzati da cambiamenti frequenti di umore).

Le terapie in studio utilizzeranno onde elettromagnetiche e non farmaci: saranno quindi mirate e con meno effetti secondari dei trattamenti basati su medicinali.

Tutto questo richiederà ulteriori ricerche per comprendere meglio le interazioni tra i circuiti cerebrali finora identificati e scoprirne altri che pure regolano il pensiero spontaneo.

Referenza

“Mind-wandering as spontaneous thought: a dynamic framework”, K. Christoff et al., Nature Rev Neuroscience 17, 718-731 (2016).